Giorgio Ciccarelli e le scelte intraprese

 

Giorgio Ciccarelli è sicuramente un musicista che non passa inosservato. Chiunque abbia visto i suoi live, sia con gli Afterhours che da solista, può confermare la sua scenicità, oltre che la sua bravura. Ha un fare “ipnotico” e teatrale che non puoi fare a meno di notare. E questa sua capacità scenica, aumenta l’attenzione nei testi che esprime e le melodie suonate. Lo ha dimostrato anche nel suo ultimo lavoro “Bandiere“. Le sequenze elettroniche scelte, sono per un certo senso, discontinue ma permettono all’ascoltatore di entrare nel vivo del brano e capire la spiritualità artistica che c’è dietro. Chi entra negli Afterhours è difficile che ne esca pulito. C’è sempre qualcosa di quelle atmosfere che ci si porta con sè. E anche nel sound di Ciccarelli e nei testi si avverte una malinconia sarcastica, e un senso di accettazione delle cose, portandosi dietro rabbia. In più casi, Ciccarelli racconta la realtà con disicanto e maturità. Lo stile della chitarra è inequivocabile. E’ il suo! Sul palco conserva sempre quella grinta che, in molti, hanno conosciuto durante le esibizioni negli Afterhours. Il suo compagno di viaggio nei live, è il polistrumentista Gaetano Maiorano che segue Ciccarelli munito di drum machine ed effetti vari, creando un suono elettronico, ricercato e nuovo. Insomma, bisognerebbe vederli dal vivo per capire l’eccentricità e potenza del suono.

Qui segue una intervista in cui, Rocktelling, ha provato a dialogare con l’artista, in merito a varie considerazioni sul modo attuale di fare musica e, di riflesso, sul suo variegato bagaglio di esperienze, a volte pesante da portare, ma che ha formato il musicista che è oggi.

“Venga il mio regno” da Le cose cambiano (XXXV/Comicon-Ala Bianca 2015)

Cosa significa comporre da solista?
Credo che tutti quelli che compongono canzoni, lo facciano da soli, con il proprio strumento, cercando di tradurre in musica la sensazione o l’ispirazione del momento. Poi, se suoni in una band, porti la tua idea e la sottoponi agli altri per iniziare il percorso che porterà alla conclusione del pezzo. Se sei un solista, porti il più avanti possibile la tua idea per poi confrontarti o col produttore artistico o con una figura simile. Succede anche che i pezzi vengano composti dalla band in fase d’improvvisazione, ma devi essere veramente affiatato coi tuoi compagni di viaggio perché questo succeda.

Nasce da una idea e si butta giù un intero album oppure sono differenti tipi di ispirazione che compongono il lavoro finito?
Non c’è una regola, può nascere tutto da un’idea musicale o da un tema letterario che si vuole affrontare, oppure, il lavoro finito, può anche essere la somma di vari momenti fotografati nell’istante in cui sono venuti alla luce e fissati su un disco.

Considerato che per i testi ti sei affidato ad una altra persona, lo scrittore Tito Faraci, non pensi che si tratti ugualmente di un lavoro di squadra e si sbagli a generalizzare definendo i tuoi album come progetto solista?
Tutti i dischi sono frutto di un lavoro di squadra, è raro trovare una persona, un musicista che faccia tutto completamente da solo, ti devi per forza appoggiare, confrontare con qualcuno, ma non avrebbe senso dare più nomi ad un progetto. Un esempio su tutti, Lucio Battisti ha sempre collaborato con un paroliere, ma non abbiamo mai visto un disco a nome Battisti Mogol o Battisti Panella.
Nel mio caso, stavo cercando qualcuno che mi potesse dare una visione diversa sulle cose, perché la mia era monotematica. Tito ed io, ci conosciamo dagli anni ’80. Siamo molto amici. Lui è sia scrittore che sceneggiatore di fumetti. Mi è venuto molto naturale chiedere a lui.
In entrambi i dischi, i brani sono nati insieme a Tito. Rispetto al primo disco (Le cose cambiano – Audioglobe, 2015), nel secondo, lui si è occupato delle liriche in maniera quasi totale, mentre io mi son dedicato alla costruzione musicale dei brani. Ad esempio, il brano “Bandiere” è nato mentre stavamo parlando del significato delle bandiere e abbiamo subito pensato di farci un testo. In generale, nascono degli spunti, gliene parlo e lui è bravo nel coglierli.

Qual è il messaggio che vuoi dare col tuo disco?
Non voglio dare nessun messaggio col mio disco. O meglio, il mio disco è il messaggio stesso e cioè, sono vivo.

“Conterò i tuoi no”, terzo singolo estratto da Bandiere (Abramo Allione Edizioni Musicali, 2018)

Quanto ha influito il tuo background con gli Afterhours nella musica che fai ora?
Credo che l’essenza stessa di un artista sia il frutto delle sue esperienze, per cui, penso proprio che i 15 anni passati con gli After abbiano influito parecchio nella mia musica, così come gli anni passati con i “Sux!”. E soprattutto quelli passati con i Colour Moves, la mia prima band. E come dimenticare l’esperienza fatta coi Maciunas? Luca e Roberto mi hanno fatto vedere la musica con un altro occhio e per questo li ringrazio ancora oggi…

Il gruppo “Afterhours”, secondo te, somiglia più ad una grande famiglia o forse si tratta di una “one man band” con dei musicisti da contorno?
Far stare insieme, cinque o sei, ultra quarantenni con un ego smisurato è davvero un’operazione complicata ed è la cosa più distante in assoluto dall’idea di grande famiglia. E infatti, una grande famiglia, non lo siamo mai stata, ma non siamo neanche mai stati una “one man band”. Ovviamente sto parlando del “mio” periodo.

A conti fatti, cosa pensi ti abbia lasciato l’esperienza con gli After?
Quella con gli Afterhours è stata una enorme, grandiosa esperienza a livello professionale, ma davvero pessima dal punto di vista delle relazioni umane.

Qual è il brano degli Afterhours a cui sei più legato? E perché?
Se la giocano “Sulle labbra” e “Ballata per la mia piccola iena”. La prima, mi è sempre piaciuto molto suonarla e mi coinvolgeva parecchio dal vivo. Mentre “Ballata”, mi ricorda il periodo migliore vissuto con gli After: il primo tour americano che coincise anche con la mia scelta di abbandonare i “Sux!” per dedicarmi completamente agli After.

Ad oggi, in cosa ti senti migliorato o peggiorato?
Parlando a livello professionale, mi sento migliorato nell’uso della voce. So averne più cura e sono più preciso. Invece sono peggiorato nella cura degli arrangiamenti. Non ho più la pazienza nella ricerca del suono più adatto.

Il musicista rock si è evoluto oppure si sta semplicemente adeguando ad un’era che cambia?
Ognuno usa gli strumenti che ha a disposizione per esprimersi. é indubbio che il mondo vada verso la tecnologia più sfrenata. Il che ti porta a stare sempre davanti al computer, solo. Ad oggi, risulta quasi anacronistico andare in sala prove, suonare fisicamente uno strumento e farlo insieme ad altre tre o quattro persone. Addirittura suonando a sincrono. Sembra fantascienza. Non so se, questa di oggi, sia evoluzione.

Che rapporto hai col tuo pubblico?
Direi molto amichevole. Chi ha da dirmi qualcosa, sa come farlo e come raggiungermi attraverso i social. Non mi sono mai messo sul piedistallo, nemmeno quando suonavo con gli Afterhours. Reputo chi mi segue, non un fan, ma principalmente, una persona con cui scambiare idee.

Pensi che oggi si siano accorciate le distanze tra fan e artista?
Sicuramente. Per alcuni versi mi piace, per altri aspetti lo trovo invadente. Infatti, sui miei social non parlo mai di cose personali ma sempre e solo di fatti inerenti il mio lavoro. L’aspetto ottimo è che lo scambio di informazioni avviene molto più facilmente.

Secondo te, quanto è importante ancora fare musica dal vivo?
Nonostante tutto, credo che sia fondamentale. Il valore della proposta artistica e, soprattutto, della credibilità dell’artista stesso, si evince solo assistendo ad un suo concerto, dove si capisce subito se ci si trova davanti ad un bluff o meno. Con la tecnologia a disposizione oggi, chiunque può fare un bel disco, ma sono pochi quelli che riescono a fare un bel concerto risultando credibili.

La musica di Giorgio Ciccarelli è disponibile su:

YouTube

Spotify

Deezer  https://www.deezer.com/it/artist/4535842?autoplay=true

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