L’eclettico percorso musicale di Dario Ciffo

Dario Ciffo ha iniziato la sua carriera musicale da ragazzino. Mentre finiva la scuola è stato preso in tournèe con gli Afterhours, portando il suo contributo alla band nel decennio migliore. Poi ha proseguito con i Lombroso, da cui è nata e continua tuttora, la collaborazione con Morgan. Oggi solista con il suo primo album “Sarebbe bello” (Seltz Recordz, 2017). Un album elaborato esclusivamente in studio, lontano da chitarre e batterie vere. Una bella prova di coraggio per un rocker.

Rocktelling, ha avuto il piacere di colloquiare con Dario Ciffo per scoprire qualcosa in più, sulle varie sfaccettature del suo percorso musicale, indubbiamente affascinante.

Come descriveresti il tuo album? Ci racconti le particolarità (del suono o dei testi)? Qualcosa che magari sfugge all’ orecchio dell’ ascoltare e saperlo fa apprezzare ancora di più il valore del tuo lavoro.
E’ un album di quattro tracce, diverso dal mio solito suono. Al posto di chitarra e batteria, un computer. Quindi un lavoro realizzato interamente in studio, senza session in sala prove. Quando provi in sala, l’arrangiamento lo crei già li dentro. Invece, con il pc fai più fatica perché hai innumerevoli possibilità e diventa difficile selezionare il suono giusto e via discorrendo. Fare musica da “casa” richiede più attenzione per raggiungere il risultato ottimale.
Come musica, ho creato delle melodie classiche che ricordano qualcosa di “battistiano”. Mi piace la ritmica che si può creare da un pc. Ha un livello di precisione indiscutibile.
Mi sono divertito anche nel comporre i testi. Sono onirici. Prevale il “nonsense”. Ci sono riferimenti psicologici nel senso che mi pongo delle domande, pur sempre in chiave ironica. E’ un po’ esistenziale. Ad esempio “Non è un caso che siamo qui adesso io e te..” interrogandosi sulla caualità degli eventi. Oppure, in “Sarebbe bello”, fantastico un po’ sul fermare lo spazio-tempo. Era una fantasia che avevo da bambino. In classe volevo fermare il tempo. Oppure la frase “sarebbe bello correggere un sogno…”. Invento delle possibilità che non esistono, ironizzandoci su.

Il tuo inizio con gli Afterhours è stato abbastanza singolare, diciamo un caso fortuito, da sembrare quasi banale. Ce lo puoi raccontare?
A Milano, c’era una sala prove che era diventata il punto riferimento per i musicisti rock dell’epoca. Gli Afterhours erano una band che apprezzavo e di cui ero già fan. Quello della sala prove, fu il periodo in cui uscirono anche i Casino Royale, Ritmo Tribale. Venivano anche musicisti che si trovavano in zona, tra una tournèe e l’altra. C’era una gran passaggio di musicisti, anche mainstream. Ci sono stati gli Oasis, ad esempio. Anche Eros Ramazzotti. Era una bella zona d’incontro per chi voleva fare musica. Adesso, quella sala non c’è più. L’avranno venduta.
L’occasione clou è stata quando avevano bisogno di un violinista perchè quello che già suonava con loro, non era disponibile a tempo pieno. E… una chiacchiera tira l’altra, mi hanno chiesto di andare a provare. Molto spontaneamente. Era il 1995. Facevo l’ultimo anno di liceo e rischiavo di non esser ammesso all’esame di maturità, per le tante ore perse che, invece, impiegavo per provare e andare in tournèe con gli Afterhours.

Hai iniziato da giovanissimo con loro. Ti consideri un musicista fortunato?
Beh, si. Ero un appassionato di musica, studiavo al conservatorio e gli Afterhours mi piacevano. Un avvenimento fortuito, aiutato dal fatto che, con loro, si era creata subito intesa, anche se dovevo fare il doppio del lavoro per stare al passo, dato che erano dei professionisti mentre io ero alle prime esperienze.

E un bel giorno, cosa è accaduto?
Io avevo messo in piedi i Lombroso, una formazione parallela alla mia collaborazione negli Afterhours. A un certo punto è successo che il lavoro si era accavallato e mi sembrava impossbile portare avanti entrambi i progetti, e non trovavo giusto scindermi dato che, entrambe le band avevano bisogno di un impegno costante e totale. Considerato l’entusiamo per la nuova formazione, ho pensato fosse più giusto seguire la strada nuova. Non mi andava di finire col fare il turnista quando capita. Nella musica sono sempre stato molto chiaro. Ho pensato solo ad una domanda: “Ci sono al 100%?” La risposta era negativa e così mi son tirato fuori. Ma siamo rimasti ugualmente amici.

Il violino di Ciffo

Ci spieghi come mai, nonostante il tuo impegno negli Afterhours, hai sentito l’esigenza di iniziare un percorso parallelo creando i Lombroso?
Io ho sempre composto canzoni. Anche quando ero negli “After”. Però non avevo ancora trovato una formazione con cui concretizzarle. Con gli “After” ho dato degli spunti. Nelle canzoni, le idee sono quasi tutte di Manuel. Poi la band crea gli arrangiamenti con riff e roba varia. Ogni musicista, su questo punto, interveniva molto. Poi all’epoca, si stava tante ore insieme in sala prove. Da una idea di Manuel, si sviluppava il pezzo e diventava essenziale l’apporto degli altri. In quella sitazione, c’era molta composizione e forma creativa, però, realizzare un pezzo dall’inizio alla fine, mettendoci delle parole mie, è diverso. Avrei portato avanti entrambi i progetti ma era complicato. Quando ti trovi in una band è perché ci credi e vuoi essere di sostegno al leader. E’ essenziale. Altrimenti è solo un lavoro come tanti e alla gente che ti ascolta non trasmetti nulla.

Nella tua carriera, c’è stato l’avvicinamento a Morgan che tuttora segui in tournée, insieme al tuo compagno fedele Agostino Nascimbeni, con cui hai creato i Lombroso. Com’è è nata questa partnership?
Ago suonava la batteria in una coverband dei Beatles in un locale di Milano che oggi non c’è più. Eravamo già amici. Morgan era un frequentatore del locale, come tanti altri. Era amico di entrambi. Durante i live di Ago, Morgan saliva sul palco improvvisando qualcosa. Era una abitudine del posto, quel locale era nato per le coverband e di conseguenza erano ben accette anche le jam session. Gli piaceva molto come suonava Ago (anche e me, del resto). Una notte, mentre parlavo con Morgan sul fatto di voler mettere in piedi una mia band, mi consigliò di suonare con Ago. Io gli ho dato retta e così sono nati i Lombroso. Nei primi anni, Morgan veniva con noi in tournèe. Quando c’era una data dalle sue parti e non aveva altri impegni, saliva sul palco facendo delle comparsate con dei brani. Nemmeno il locale lo sapeva. Era per puro spirito goliardico da “live band”. Quel minimo di cache lo dividevamo tra di noi. Senza nulla di programmato. Ci si divertiva con poco. Poi le agenzie di booking ci hanno proposto di organizzare un vero e proprio tour. Di serate organizzate ne abbiamo fatte poche. Ci venivano meglio quelle improvvisate. Più vere. Poi, quando Morgan ha voluto metter su una band per portare avanti il suo repertorio, ha chiamato me ed Ago. Ad esempio, la canzone “Tra 5 minuti” è stata scritta insieme. Solo che è uscita prima sul suo disco. Pura casualità.

Com’è stato collaborare con due personalità forti e stravaganti come Morgan e Manuel? Pregi e difetti?
Manuel ha una personalità da manager. E’ un gran lavoratore. Molto pratico. Ha molta costanza. E ciò ha portato dei grandi risultati. Siam partiti dall’andare a suonare a bordo di una Fiat Uno! Un esempio di come erano gli inizi e di dove sia arrivata la band, con la determinazione di Manuel. Marco invece si annoia facilmente. Inventa mille progetti, mille variazioni. Non punta molto alla costanza metodica. Gli piace di più sperimentare. E’ molto variabile. Più eclettico.

Il tuo nuovo percorso da solista, è un esperimento o qualcosa che senti ti appartenga e su cui vuoi restarci a lungo?
In Italia si pensa sempre in maniera drastica, definitiva. All’estero, invece, gli artisti hanno più progetti e li portano avanti in contemporanea. Può essere una valvola di sfogo. Distacccarsi da un progetto per entrare in un altro e poi riprendere il primo, ti da più carica e motivazione. Il cantante degli Strokes resta sempre il cantante degli Strokes! Non è che avendo progetti paralleli perde d’importanza sia lui che la band.

Che ne sarà dei Lombroso?
I Lombroso hanno intenzione di tornare a breve. Ma stando fermi da tanto, dobbiamo capire come farlo. Vorremmo tornare in maniera grandiosa.

Intanto ci gustiamo il video del 2013 in cui, Lombroso ed amici, suonano la loro hit “Credi di conoscermi” per festeggiare dieci anni di “sopravvivenza”.

 

Cosa è cambiato dal “Dario” ragazzino agli esordi negli Afterhours, al “Dario” di oggi? Hai dei rimpianti? O rimorsi?
Sono cambiati i capelli. Li avevo più ricci, folti e lunghi. Sto cambiando, come tutti. Questo periodo in particolare. Ero un “Dario” che aveva molta più energia perché stava scoprendo che la passione per la musica poteva diventare una realtà lavorativa. Ero concentrato solo su quello. Nessun rimpianto, nè rimorso. Spero sempre di inventare cose, di migliorarmi e mantenere vivo il sogno della musica.

Qual è il brano degli Afterhours a cui sei più legato? E perchè?
Non pervenuta. Ai posteri l’ardua sentenza!

La musica di Dario Ciffo è disponibile su:

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Spotify

Deezer  https://www.deezer.com/it/artist/4535841?autoplay=true

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