Charlie Watts e quella volta che…

Non ho mai avuto un debole per i Rolling Stones, in realtà non li ho mai capiti. Ok, rock’n’ roll sporco di matrice blues, però non so… Mi sono sempre apparsi, come dire.. vuoti. Mi sarò emozionata su un paio di loro brani ma nulla di più. Io ero tra quelli che tifavano Beatles. Quelli che “senza i Beatles non esisterebbe la musica”.

Eppure sono qui a parlare di Charlie Watts. Sarà il fascino irresistibile delle rockstar o perché avendo un blog di musica, di questo dovrò pur parlare. Non potevo ignorare la faccenda, insomma.

E così, spulciando nel web, ho trovato un articolo della rivista britannica The Week che raccontava cinque aneddoti legati all’ex batterista dei Rolling Stones, deceduto lo scorso 24 agosto, dopo un’operazione d’urgenza al cuore. Aveva 80 anni. Il mondo intero piange la sua perdita ma lui almeno se l’è goduta!

Partiamo così:

Non rinunciare al suo lavoro quotidiano

Watts suonava già come batterista nei jazz club di Londra quando incontrò Jagger nel 1961, ma il suo lavoro fisso era come grafico per l’agenzia pubblicitaria del West End Hobson and Grey, dopo aver frequentato la Harrow School of Art.

Watts incontrò Jagger quando si unì alla Blues Incorporated di Alexis Korner, che a volte usava Jagger come cantante. Jagger aveva il suo gruppo, che includeva già Richards e Brian Jones, ma non aveva un batterista fisso.

Secondo il New York Times, la band era alla disperata ricerca di Watts, ma “non poteva permettersi” le sue cinque sterline a settimana. “Siamo morti di fame per pagarlo!”, Richards scrisse su Life. “Letteralmente. Siamo andati a rubare per prendere Charlie Watts”.

In effetti, Watts preferiva il suo lavoro sicuro come designer ammettendo, in seguito, di esser convinto che il rock ‘n’ roll “non sarebbe durato più di cinque minuti”, secondo il Times. Anche se, quando iniziò a suonare con la band, “rifiutò ostinatamente di rinunciare al suo lavoro, fino a quando gli Stones firmarono il loro primo contratto discografico con la Decca” nel 1963.

Realizzare la sua prima batteria

Nonostante la disperazione degli Stones nel desiderare Watts a bordo come batterista, la sua carriera come stickman ha avuto un inizio insolito: secondo The Telegraph, “ha realizzato la sua prima batteria con un banjo rimodellato”.

Il banjo è stato, infatti, il suo primo strumento, ma “sconcertato dalle diteggiature necessarie per suonarlo, ha rimosso il manico e ne ha convertito il corpo in un rullante”, ha affermato il New York Times. Acquistato il suo primo disco jazz a 13 anni – “Walkin’ Shoes” di Gerry Mulligan e il quintetto di Chet Baker – iniziò a suonare la batteria un anno dopo.

E nonostante la sua fama per aver suonato nella rock band, spesso soprannominata la più grande di tutti i tempi, il jazz sarebbe rimasto il suo vero amore. Watts ha continuato a suonare in vari gruppi jazz per tutta la vita, tra cui il Charlie Watts Quintet, il Charlie Watts Tentet, la Charlie Watts Orchestra.

Un matrimonio segreto

Watts è stato sposato per quasi tutta la sua carriera. Incontrò sua moglie Shirley Ann Shepherd nel 1961. Il matrimonio avvenne 3 anni dopo e Watts diventò “la prima pietra a sposarsi” – si legge su Vulture.

Ma inizialmente ha tenuto segreto il suo matrimonio, temendo che avrebbe “sconvolto l’esercito di fan adolescenti urlanti” – ha detto su The Times. Watts “immaginava che meno persone ne sapevano, meglio era e non lo disse nemmeno ai suoi compagni di band o ad Andrew Loog Oldham, il manager degli Stones”.

Infatti, “sfuggendo all’accanimento di groupie e tirapiedi”, durante il loro primo viaggio in Australia nel 1965, Watts avrebbe speso, ogni giorno, più soldi in telefonate interurbane a casa con Shirley, di quanti ne avesse guadagnati durante l’intero tour.

Disegni del letto dell’hotel

Durante i tour, Watts era decisamente quello meno interessato, rispetto ai membri della sua band, alle avventure piccanti, alimentate da droghe. Di solito tornava nella sua stanza d’albergo da solo e abbozzava ritratti del suo alloggio.

Nel 1996 raccontava alla rivista Rolling Stone: “Tengo un diario di disegni. Ho disegnato ogni letto in cui ho dormito, in tour, dal 1967.

“Prendevo un sacco di cose che ti tenevano sveglio e non avevo niente da fare. Così, ho tutte queste stanze d’albergo immortalate“, ha detto alla rivista. “La cosa bella è che è visiva e va avanti all’infinito, e pensi ‘Questo finirà mai?’ Hai Washington nel ’67 e poi hai Washington di un paio di anni fa e sono un po’ la stessa cosa.”

L’ aneddoto che resterà nella storia, però, è un altro. Non si sa quanto sia stato romanzato ma fateci sognare:

Il pugno a Mick Jagger

Nonostante la sua reputazione moderata, anche Watts ha avuto i suoi momenti di “eccesso di rock’n’roll”. Forse, il più famoso è stato quello di venire alle mani con il cantante Mick Jagger mentre il gruppo era ad Amsterdam, nel 1984, per discutere del futuro della band.

Come tutte le grandi leggende, ci sono alcune rivisitazioni ma, secondo l’autobiografia di Richards del 2010 “Life”, si racconta che lui e Jagger, una volta, erano tornati nel loro hotel alle 5 del mattino, dopo una notte in città, quando “Mick ha chiamato Charlie”.

Richards ha ricordato: “Ho detto, non chiamarlo, non a quest’ora. Ma lo ha fatto e ha detto: “Dov’è il mio batterista?” Nessuna risposta”. Poi, 20 minuti dopo, “c’era Charlie Watts con un completo di Savile Row, vestito perfettamente, con cravatta, rasato, tutto d’un pezzo”.

Secondo quanto riferito, Watts scansa Richards e afferra Jagger dicendogli: “Non chiamarmi mai più il tuo batterista” –  dopodiché gli sferra un “gancio destro” sulla faccia. Come racconta Richards, Jagger ricadde su un “piatto d’argento di salmone affumicato” e iniziò a “scivolare verso la finestra aperta” prima che Richards lo afferrasse “poco prima che scivolasse nel canale di Amsterdam”.

Un’ altra versione apocrifa, inclusa nel suo necrologio al Telegraph, conclude la storia con Watts che dice a Jagger: “Non chiamarmi mai più il tuo batterista. Sei tu il mio fottuto cantante!”

“Non è qualcosa di cui vado orgoglioso e se non avessi bevuto, non l’avrei mai fatto”, ha dichiarato Watts nel suo libro del 2003: According to the Rolling Stones. “Di base, non voglio essere infastidito”. 

 

Quella di Rocktelling 

 

 

 

 

 

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