Lettere di un disco ricomposto (Parte 1/10): Un racconto a puntate sul nuovo album di Moltheni, “Senza Eredità”

Lettere di un disco ricomposto. Con questo titolo, Rocktelling ha pensato di raccogliere in una rubrica, i pensieri riportati da Umberto Maria Giardini, via social, in merito al suo nuovo lavoro discografico.

Per il suo “Senza eredità”, l’artista ha periodicamente aggiornato i suoi followers con delle “missive” che spiegavano cosa ci fosse dietro la scelta di ciascun brano. Rocktelling ha pensato di metterle insieme e pubblicarle un po’ per volta. Un modo per tener memoria di un racconto spezzettato e riordinarlo per dare il giusto valore al lavoro discografico che c’è dietro, oltre che all’artista.

“Senza eredità” è una raccolta di vecchi brani ripescati dal repertorio “Moltheni”. Per chi non lo ricordasse, Umberto Maria Giardini ha iniziato la sua carriera musicale con lo pseudonimo di “Moltheni”, pubblicando 7 album nell’arco di 10 anni (1999-2009). In questa lunga carriera alcuni brani sono rimasti sepolti dentro vecchi cassetti e quindi esclusi dagli album.

Oggi Umberto Maria Giardini, li riporta alla luce facendo un regalo a tutti i nostalgici “moltheniani”. Si, perché parlare di Moltheni è come parlare a cuore scoperto. Chiunque si sia trovato negli anni in cui uscirono i suoi dischi, non poteva fare a meno di immedesimarsi nelle sue storie. Chi amava Moltheni era come Moltheni. E questo stato di cose resta, nonostante i cambi di formazione, di band e di nome.

Questo disco fa pensare che nulla sia cambiato, che siamo ancora in quel decennio. Ed è bellissimo! Il mondo va avanti, l’identità resta. Questo conta.

“Disillusione, malinconia, amore, ricordi e sguardi verso un passato sempre più presente”. Così descrive il suo album Umberto Maria Giardini e ci dà un consiglio: “In questo momento della nostra vita, così oscuro e incerto, ascoltate buona musica poiché attraverso essa, troverete la miglior cura per qualsiasi ferita.”.

Le undici tracce di “Senza eredità” sono state registrate tra gennaio e febbraio 2020, grazie alla collaborazione del producer Bruno Germano, al mixaggio di Davide Cristiani e il mastering di Giovanni Versari. Per la sezione d’archi, il maestro Carlo Carcano e gli apprezzati chitarristi Massimo Roccaforte (Carmen Consoli), Egle Sommacal (Massimo Volume, Ulan Bator), Carmelo Pipitone (Marta Sui Tubi) e Riccardo Tesio (Marlene Kuntz). Come etichetta c’è sempre la fidata Tempesta Dischi.

Ma passiamo ai brani. Il primo ad aprire il disco si intitola “La mia libertà”. Umberto Maria Giardini lo racconta così:

“La mia libertà” (Senza eredità, 11 dicembre 2020 – La Tempesta Dischi) – Moltheni

“La mia libertà” (postato via Facebook il 25 novembre 2020)
Buongiorno. Oggi, come promesso, inizio ad accennarvi brano per brano, cosa ascolterete nell’album “Senza eredità”, in uscita tra due settimane circa. La prima traccia di apertura d’album è un inedito, e si intitola “LA MIA LIBERTA'”. Questa canzone è l’unico brano nuovo del disco, per meglio intenderci, l’unico scritto recentemente. Lo scopo è stato quello di creare una sorte di filo conduttore tra il materiale recuperato del periodo Moltheni e me stesso oggi, se fossi ancora Moltheni. Il mio è stato un tentativo, credo riuscito, per unire emozioni ciclicamente lontane, in modo che potessero abbracciarsi in una simbiosi tra quello che ero e quello che sono ora. Il brano, sincopato e a mo’ di marcia funebre-allegorica, è un esplosione di sensazioni, in cui, come spesso in passato ho fatto, punto il dito verso qualcosa che non mi piace. In “La mia libertà” grido forte quello che penso in riferimento alla nostra libertà sempre più apparente, anche rispetto a soli pochi decenni fa. La burocrazia che ostacola la nostra vita di tutti i giorni, la comunicazione moderna che ha offuscato e deviato la nostra vista, la tragedia del ponte Morandi a Genova (il brano fu scritto in quei giorni), le aspettative verso un futuro sempre meno interessante, i nostri figli, e la mia risaputa natura anarchica slegata dal classico concetto di anarchia. Tutto questo è dentro a questo brano. Non posso non ringraziare Andrea Scardovi, amico prezioso e professionista autorevole, che ha consentito l’ottima produzione e registrazione della canzone. Davide Cristiani per la sua pazienza riversata nell’ottimo e laborioso mix e i musicisti che l’hanno concretamente suonato, come Marco Marzo Maracas, superchitarrista, mio braccio destro da sempre, Paolo Narduzzo, incredibile bassista, oramai mio stretto collaboratore in tutto quello che scrivo, sotto qualsiasi firma. Emanuele Alosi, che ai tamburi è riuscito a dare una carica pressochè perfetta al brano, Massimo Roccaforte che ha delicatamente intrecciato chitarre, come solo lui sa fare, e al maestro Carlo Carcano, che sempre intercetta i miei malinconici desideri nelle cornici d’archi che per me crea. Grazie a voi tutti. (Umberto Maria Giardini) 

*Per restare aggiornato, continua a leggere su “Lettere di un disco ricomposto“!

Quella di Rocktelling

 

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