Sipario a mezz’asta per il “Teatro d’ira” dei Maneskin

Sarà stata l’alta aspettativa, dopo il successo al festival di Sanremo con un brano che ha funzionato sotto ogni aspetto, sarà che loro sono scenici e convincono a prescindere, ma il disco appena uscito dei Maneskin, “Teatro d’ira Vol.1”, non rispecchia a pieno le capacità finora elencate.

“Zitti e buoni” (Teatro d’ira – Vol.1, 19 marzo 2021 – RCA Records) – Maneskin

Sicuramente è apprezzabile l’intento di fare rock alla vecchia maniera, quasi un omaggio ai tempi che furono. Ma c’è qualcosa che non convince. Sembra una forzatura stilistica che ai Maneskin non appartiene.

Non è un discorso di bocciature, di derisione o chissà che altro, anzi. È piuttosto, una presa di coscienza che questo disco poteva esser molto di più e per assurdo, la vittoria di Sanremo li ha penalizzati perché ci si aspettava una pogata adrenalinica, dall’inizio alla fine, e così non è stato.

Magari, se fosse uscito fuori dal discorso Sanremo, avrebbe vinto il premio del disco rock italiano dell’anno. Invece è sembrato, più che altro, un voler forzare una natura ribelle che non c’è. Almeno non in stile puramente rock. Peccato.

Magari con il titolo “Teatro d’ira”, i Maneskin intendevano fare proprio quello. Uno spettacolo confusionario e arrabbiato che scimmiotta cosa fu quel tempo d’oro in cui il rock era arte pura. Ma ci sono anche dei lati postivi.

L’ unico brano degno d’ascolto, oltre ovviamente a “Zitti e buoni”, è “For your love”, cantato in inglese, con un stacco di batteria che ricorda qualcosa di “Don’t talk to strangers” di Ronnie James Dio. E già questo la dice lunga.

“For your love” (Teatro d’ira – Vol.1, 19 marzo 2021 – RCA Records) – Maneskin

Altro elemento da salvare è la ritmica della batteria. In tutto il disco, si avverte forte la presenza di questo strumento che si prende tutto lo spazio necessario dando una sferzata all’apatia generale dei brani. Apprezzabili anche i dettagli stilistici della chitarra elettrica. Più lunghi, più articolati, più “rock” insomma.

Nonostante questo, é come se chitarra e batteria giocassero fra di loro mentre il resto della canzone va da un’ altra parte. Ecco cosa c’è che non va di questo disco. Elementi rock che funzionano ma restano fini a se stessi dando poca credibilità all’intero lavoro, se non per due brani che abbiamo già spiegato  quali sono.

Quella di Rocktelling

 

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